genitori con figlio al mare

Dipendenza dai genitori: quando è meglio seguire il proprio cuore

Sono le 4 del pomeriggio. In un giorno assolato di febbraio.

Io guardo fuori dalla finestra con gli occhi ancora gonfi per il pianto che mi sono fatta. Ho 30 anni e sono ancora al punto di partenza.

E non sono l’unica.

Anche Andrea oggi ha 30 anni e soffre. Ma quando aveva 16 anni, Andrea era un ragazzo normalissimo e molto intelligente.

Un po’ introverso.

Passava volentieri a casa le serate mentre gli altri adolescenti uscivano per cercare lo sballo. Ad Andrea piacevano i cartoni animati giapponesi, gli anime.

Nonostante il suo interesse un po’ diverso da quelli degli altri suoi compagni, Andrea sapeva scegliere i suoi amici. Gli volevano bene. E sprizzava entusiasmo quando raccontava dei cartoni che tanto lo appassionavano.

Era molto bravo anche a scuola. Era intelligente. Sapeva mettere al primo posto il dovere di essere un bravo studente per poi dedicarsi agli anime dopo i compiti.

La sua grande passione erano le culture diverse, guardava sempre al di fuori dell’Italia. Senza nessuno sforzo sapeva già parlare l’inglese, a 16 anni, come un madrelingua. Infondo giocava ai videogiochi e guardava i film in lingua originale.

Quella giapponese era la cultura che gli piaceva di più. Era affascinato dalla loro dolcezza, dalla loro tecnologia, e vedeva il mondo degli anime come un mondo fantastico e curioso.

Finito il liceo, aveva deciso: avrebbe studiato lingue all’università.

Si è informato e ha scoperto che a Venezia c’erano dei corsi validi di giapponese. Fantasticava già sulla sua vita accademica e sul giorno in cui avrebbe fatto il suo primo viaggio in Giappone…

“No figlio mio! Cosa ti salta in mente? E’ una carriera inconcludente, senza sbocchi! Vuoi fare la fine di un barbone? E’ medicina la strada per te. Tuo padre ha fatto tanto per costruire lo studio e un giorno tutto questo sarà tuo. Ascolta tua madre, studia medicina e segui le orme di tuo padre, solo così avrai successo”

Il piccolo e ingenuo Andrea, a malincuore, prende le valige e si trasferisce per frequentare medicina in città.

Stringe qualche amicizia in ateneo, frequenta qualche lezione e pensa “ma sì, si può fare”

La prima sessione di esami è un fallimento.

“Ho capito dove ho sbagliato. Nella prossima sessione ce la metterò tutta e farò il doppio degli esami”

La sessione estiva passa e Andrea non riesce a portare a casa nessun esame.

Finisce per chiudersi tra stanza e cucina. Sul divano. Dalla mattina alla sera passa il tempo a guardare la tv e bere birra. Non si lava. Ingrassa. Per tre anni la sua vita sprofonda. Tanta tristezza e nessun esame portato a casa. 

Un giorno, dopo l’ennesimo ritiro dall’esame, decide che deve fare qualcosa. Non può continuare a vedere la sua vita infrangersi.

Cerca tutto il coraggio che ha in cuore e si confida con i suoi genitori.

“Come mai vuoi buttare un’occasione così importante? Non riusciamo a capire, ma cosa hai contro di noi? Cosa ti abbiamo fatto di male per meritarci questo? Figlio mio, se sei proprio convinto di abbandonare medicina, almeno studia qualcosa che abbia sbocchi professionali”

“Economia…?” Dice timidamente il figlio.

“E va bene. Non è esattamente quello che avevamo sperato, ma se fa contento te, allora vada per economia”

Andrea si trasferisce a Roma. Nuova città. Aria nuova. Nuovi stimoli. Il suo compagno di studi, scopre, è appassionato di serie tv giapponesi. Che bello poter dividere questa passione!

Passano le giornate. Un po’ in ateneo, un po’ a casa col suo compagno, finché una sera:

“Vuoi una canna?”

“Ma si dai, provo, ma è la prima e ultima volta!”

Si avvicinano gli esami e Andrea è sempre più convinto di non avere nemmeno le basi per studiare questa materia. Studia tutto il giorno e la notte per riuscire a fare un solo esame.

Il secondo anno, ne fa un altro dopo averlo provato 3 volte. Il terzo anno ha 5 esami sul suo libretto.

Chiede al suo amico di avere un po d’erba.

Vorrebbe consumarla in casa mentre traduce in italiano gli anime giapponesi. Nel frattempo infatti, ha incominciato a tradurre in italiano i sottotitoli degli anime presenti sul web solo sottotitolati in inglese.

È così che un ragazzo dotato esprime la sua passione. Non in un ambiente accademico ricco di stimoli e viaggi all’estero. Ma in una stanza affumicata, solo e di notte. Bevendo birra.

Dopo 4 anni fuori, Andrea decide di tornare a casa. Non ha un pezzo di carta. Non ha un soldo. Non ha niente. Torna a vivere con i suoi genitori, delusi e arrabbiati con lui. 

Ma ora lui è un altra persona. Se ne frega.

Trova un lavoro modesto da contabile. Passa le serate al bar e si nutre con i sogni dei sedicenni di oggi. 

Purtroppo la crisi arriva anche qui. Oggi, a 30 anni, Andrea è stato licenziato. Per quanto tempo potrà vivere con i suoi risparmi? Non ha una laurea, il pezzo di carta più richiesto, non ha un obiettivo e non vede niente nel futuro.

“Quello che mi fa incazzare di più è che un un ragazzo che aveva le idee così chiare su ciò che avrebbe voluto fare nella vita, è finito così in basso, così male. Ogni sera ne combina una nuova, rischia l’arresto, a volte rischia la vita e per che cosa? Invece, tutti i suoi amici, che non hanno mai avuto un obiettivo di tale portata, se la passano bene. Tra un lavoretto e l’altro riescono a campare, talvolta a fare famiglia”

Alan

Quella di Andrea è solo una delle migliaia di storie simili, che coinvolgono ragazzi ormai trentenni che non hanno trovato la forza di remare contro i propri genitori.

“Io so ciò che è meglio per mio figlio”

E’ la frase giustificativa tipica del genitore manipolatore. Che utilizza i propri figli come propagazione di se stessi, come se fossero una seconda possibilità che la vita gli ha dato per realizzare i propri sogni.

Ma si dimenticano che ogni uomo è un individuo a se stante. Che ogni figlio nasce in un diverso contesto e periodo storico, che la generazione a cui appartiene è un’altra e che quindi non potrà mai arrivare alle stesse soluzioni. Che la ricerca della felicità è individuale.

Quando ti senti soffocata, come lo sono io in questo pomeriggio di febbraio, pensa alla realizzazione della tua felicità sotto forma di indipendenza.

Che in qualunque luogo tu ti trovi e in qualunque momento della tua vita, padroneggiare l’indipendenza dai propri genitori, significa diventare un adulto.

Uno che non ha bisogno della loro approvazione ma che lascia scorrere tutto il male che ha subito per concentrarsi solo sulla propria libertà.

Avrai successo e sarai felice quando farai valere la tua indipendenza.

Grazie per la lettura. Ti auguro un rapporto sereno con i tuoi genitori … o con i tuoi figli.

Marilena

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